Il disco ricalca sostanzialmente la struttura dell'opera d'esordio. Il tema di fondo e`: "giorni strani". Il disco esce nel 1968, e certo sono giorni strani per gli States, per i giovani nei campus occupati, per i soldati nel Vietnam, per i neri in rivolta. Morrison vive a modo suo l'inizio di una nuova era, fiutando le crisi che metteranno in ginocchio il paese e presagendo la pazzia e la solitudine che trasformeranno i grattacieli in manicomio e gli appartamenti tutti uguali in celle d'isolamento. La gente della metropoli e` perduta, straniera, confusa, alienata, ostile.
In tutto il disco il senso e` dato dalla cadenza, dal tono, dal volume della voce di Morrison: lugubre quando si leva da una dimensione quasi d'oltretomba a profetizzare apocalissi imminenti; soffocata, sotterranea, mormorio mesto e minaccioso quando "conversa" casual e distaccata con i suoi fantasmi interiori.
Una vertiginosa apertura organistica lancia il motto di "Strange days have found us" ("strani giorni ci hanno trovati", come se avessero dato la caccia per anni a un'umanita` troppo sicura della propria civilta'): l'annuncia sinistra e anemica una voce catacombale (ottenuta con un elementare e molto suggestivo effetto di eco). Il brano-manifesto gioca sull'equivoco della parola-slogan "strano": strano perche' incomprensibile, strano perche' diverso, strano perche' allucinato. Incomprensibile perche' la confusione della sua generazione non e` mai stata cosi` grande, e nel momento dell'apparente trionfo si percepisce una indefinibile sensazione di sconforto. Diverso perche' mai la societa` era stata percorsa da moti cosi` asociali, mai era stata messa cosi` in discussione la sua stessa sopravvivenza. Allucinato perche' visto sotto l'effetto di potenti allucinogeni. Queste le tre direttive di tutta l'opera.
sabato, gennaio 15, 2005
mercoledì, gennaio 12, 2005
il meccanico del suono
mostri sotto il letto
sarà che questa nebbia mi nasconde l’orizzonte / sarà che un po’ più in là, sono convinto: non c’è niente / sarà il fumo negli occhi, / sarà il male di te, / sarà che non mi va di cercare risposte che soffiano
in un vento che non c’è. /sarà che basta crederci e poi va tutto meglio / sarà che preoccuparsi troppo è sempre un grosso sbaglio / sarà che forse sono daltonico, / ma devo dire che questo cielo, / invece di essere sembre più blu, / a me sembra sempre più nero / sarà che le ragazze con cui esco hanno tutte i mostri sotto il letto / le ragazze con cui esco / hanno sempre un incubo nel cassetto / sarà che, in fondo, dentro questa nebbia ci sto bene / sarà che questo pessimismo, troppo spesso, mi conviene / saranno gli occhiali da sole, / sarà l’umidità / sarà che se canti la vie en rose / io ci vedo la mort en noir / sarà che le ragazze con cui esco hanno tutte i mostri sotto il letto / le ragazze con cui esco / hanno sempre un incubo nel cassetto / le ragazze con cui esco hanno tutte / i mostri sotto il letto / le voci nella testa e fanno il nido in mezzo alla tempesta / sarà che hanno spesso / qualcosa che non va / sarà che non l’ho mai cercata / la felicità / sarà che le ragazze con cui esco hanno tutte i mostri sotto il letto / le ragazze con cui esco
/ hanno sempre u n i n c u b o
n e l c a s s e t t o
giorgio canali
sarà che questa nebbia mi nasconde l’orizzonte / sarà che un po’ più in là, sono convinto: non c’è niente / sarà il fumo negli occhi, / sarà il male di te, / sarà che non mi va di cercare risposte che soffiano
in un vento che non c’è. /sarà che basta crederci e poi va tutto meglio / sarà che preoccuparsi troppo è sempre un grosso sbaglio / sarà che forse sono daltonico, / ma devo dire che questo cielo, / invece di essere sembre più blu, / a me sembra sempre più nero / sarà che le ragazze con cui esco hanno tutte i mostri sotto il letto / le ragazze con cui esco / hanno sempre un incubo nel cassetto / sarà che, in fondo, dentro questa nebbia ci sto bene / sarà che questo pessimismo, troppo spesso, mi conviene / saranno gli occhiali da sole, / sarà l’umidità / sarà che se canti la vie en rose / io ci vedo la mort en noir / sarà che le ragazze con cui esco hanno tutte i mostri sotto il letto / le ragazze con cui esco / hanno sempre un incubo nel cassetto / le ragazze con cui esco hanno tutte / i mostri sotto il letto / le voci nella testa e fanno il nido in mezzo alla tempesta / sarà che hanno spesso / qualcosa che non va / sarà che non l’ho mai cercata / la felicità / sarà che le ragazze con cui esco hanno tutte i mostri sotto il letto / le ragazze con cui esco
/ hanno sempre u n i n c u b o
n e l c a s s e t t o
giorgio canali
sabato, gennaio 08, 2005
lunedì, gennaio 03, 2005
Buon anno ragazzi
-il fuoco fuori
- mr sheet
- chiargia
- celli
- il griso
- la piera
- la cardo
- la roby
- la contessa serbelloni mazzanti vien dal mare
- miss leg
il viso caldo e la schiena gelata
il fango
le pietre
il vetro
il basso
le giornate limpide
la fink infinita
le escoriazioni sulla testa
ballare ubriachi marci
guardare i film con gli amici
giocare a picchiarsi
le passeggiate
Brione
l'eva feudo show
guarda che ti e' caduto qualcosa
nella conca svedese buondi' fantozzi e' lei?
il tordo d'oro
- mr sheet
- chiargia
- celli
- il griso
- la piera
- la cardo
- la roby
- la contessa serbelloni mazzanti vien dal mare
- miss leg
il viso caldo e la schiena gelata
il fango
le pietre
il vetro
il basso
le giornate limpide
la fink infinita
le escoriazioni sulla testa
ballare ubriachi marci
guardare i film con gli amici
giocare a picchiarsi
le passeggiate
Brione
l'eva feudo show
guarda che ti e' caduto qualcosa
nella conca svedese buondi' fantozzi e' lei?
il tordo d'oro
martedì, dicembre 21, 2004
io mi bugo
BUGO
La Prima Gratta
Ottobre 2002. Esce "Dal Lofai al Cisei", terzo album di Bugo, primo per Universal. D'un tratto quest'uomo acquisisce il potere dell'ubiquità e te lo vedi sul canale musicale, te lo leggi su ciascuna rivista musicale, dalla fanzine "quattro gatti e una chitarra" al supplemento musicale dell'importantissimo quotidiano. Ma ho detto Universal. Siccome tutti ne parlano più-che-bene-troppo-bene, salta fuori, anticorpi della situazione, una certa quantità di individui che invece si dedica al lancio dello sterco contro il Bugatti, additato come strumento delle multinazionali per rincoglionire i giovani, patetico prodotto a tavolino, raccomandato, graziato dalla Dea Culo, che è notoriamente cieca, e così via. A ben considerare, la verità sta più o meno nel mezzo, che però non significa Democrazia Cristiana, e non è tutta colpa dell'"artista", termine che la stampa seria usa pure per Justin Timberlake. Ma siccome questa è solo una tenera webzine si può chiamare la gente col proprio nome.
Innanzitutto, non userò mai questa parola, artista, per Bugo. Sarebbe come vestire un metalmeccanico di un qualunque abito delle sfilate di Haute Couture parigine: insomma, una grave offesa per il metalmeccanico. Perché si sprecano tonnellate di cartacce per queste ampollose definizioni, e probabilmente Bugo le userebbe soltanto per scriverci dietro la tracklist del prossimo concerto.
Se si va a riascoltare "La prima Gratta", eloquentemente, primo album del nostro, uscito nel 2000, eppure sembra un casino fa, e via di nostalgia delle mezze stagioni perdute, si può agevolmente comprendere che Il Bugatti per quel contratto major non deve avere mosso veramente un dito, perché lo stile di Bugo, nel tempo si è spostato pochino, e quindi si riscontrano a fatica i sintomi di quella curiosa malattia che i puristi dell'underground diagnosticano come "commercializzazione", e che però un Piero Pelù qualsiasi chiamerebbe "maturazione". Di chi? Dell'artista, chiaro. Ma voi mi capite: nella comunità scientifica su questi argomenti non si è ancora raggiunto un accordo soddisfacente. Io ad esempio non sto né con Pelù né coi puristi.
Il fatto è che, semplicemente, "La prima Gratta" è il primo disco di questo "cantante", ed allora sarà per forza il più Lo-Fi, il più disomogeneo di tutti, anche se in futuro costui non si convertirà mai alle iperproduzioni stile Toto. Ci sarà dentro un po' di tutto, materiale un po' a caso scritto nei molti anni prima, dai Nirvana apocrifi di "Quante menate che mi faccio", all'Hard Rock tamarro di "Sabato Mattina", dai frammenti di elettronica da mensa dei poveri, alle inimitabili ballatone tristi, vedi "Spermatozoi", autentico marchio di fabbrica del nostro. Dal blues mesto di "Nei momenti così" al Guccini registrato in bagno di "Addio alle canzoni di una volta". Dalle canzoni belle in veste dimessa alla fuffa ("I Baci della Mia Nonna", "Nonne Posso Più"). E per questo sarà un notevole documento Lo-Fi, un foglio sgualcito pieno di sgorbi, di intuizioni splendide lasciate lì a metà e illeggibili per la cattiva calligrafia e di altre cose-non so cosa. Ma non tutti avranno voglia di leggere testi dalle rime forzate che sembrano-sono proprio stupidi, ma a tradimento infilano nel mucchio la perla di saggezza travestita da stronzata. E' comprensibile. Io stesso penso che parte del materiale di Bugo sia assolutamente superfluo. Il problema è che ora Bugo, parallelamente ad una moderatissima, fisiologica, normalizzazione, si è inserito nei salotti buoni, e deve rispondere alle domande da artista che gli vengono poste ad appannaggio del pubblico quindicenne o distratto, o entrambi. Secondo me se l'è cercata, anche un pochino per la voglia di maturazione. Allora il mio giudizio resta sospeso.
La Prima Gratta
Ottobre 2002. Esce "Dal Lofai al Cisei", terzo album di Bugo, primo per Universal. D'un tratto quest'uomo acquisisce il potere dell'ubiquità e te lo vedi sul canale musicale, te lo leggi su ciascuna rivista musicale, dalla fanzine "quattro gatti e una chitarra" al supplemento musicale dell'importantissimo quotidiano. Ma ho detto Universal. Siccome tutti ne parlano più-che-bene-troppo-bene, salta fuori, anticorpi della situazione, una certa quantità di individui che invece si dedica al lancio dello sterco contro il Bugatti, additato come strumento delle multinazionali per rincoglionire i giovani, patetico prodotto a tavolino, raccomandato, graziato dalla Dea Culo, che è notoriamente cieca, e così via. A ben considerare, la verità sta più o meno nel mezzo, che però non significa Democrazia Cristiana, e non è tutta colpa dell'"artista", termine che la stampa seria usa pure per Justin Timberlake. Ma siccome questa è solo una tenera webzine si può chiamare la gente col proprio nome.
Innanzitutto, non userò mai questa parola, artista, per Bugo. Sarebbe come vestire un metalmeccanico di un qualunque abito delle sfilate di Haute Couture parigine: insomma, una grave offesa per il metalmeccanico. Perché si sprecano tonnellate di cartacce per queste ampollose definizioni, e probabilmente Bugo le userebbe soltanto per scriverci dietro la tracklist del prossimo concerto.
Se si va a riascoltare "La prima Gratta", eloquentemente, primo album del nostro, uscito nel 2000, eppure sembra un casino fa, e via di nostalgia delle mezze stagioni perdute, si può agevolmente comprendere che Il Bugatti per quel contratto major non deve avere mosso veramente un dito, perché lo stile di Bugo, nel tempo si è spostato pochino, e quindi si riscontrano a fatica i sintomi di quella curiosa malattia che i puristi dell'underground diagnosticano come "commercializzazione", e che però un Piero Pelù qualsiasi chiamerebbe "maturazione". Di chi? Dell'artista, chiaro. Ma voi mi capite: nella comunità scientifica su questi argomenti non si è ancora raggiunto un accordo soddisfacente. Io ad esempio non sto né con Pelù né coi puristi.
Il fatto è che, semplicemente, "La prima Gratta" è il primo disco di questo "cantante", ed allora sarà per forza il più Lo-Fi, il più disomogeneo di tutti, anche se in futuro costui non si convertirà mai alle iperproduzioni stile Toto. Ci sarà dentro un po' di tutto, materiale un po' a caso scritto nei molti anni prima, dai Nirvana apocrifi di "Quante menate che mi faccio", all'Hard Rock tamarro di "Sabato Mattina", dai frammenti di elettronica da mensa dei poveri, alle inimitabili ballatone tristi, vedi "Spermatozoi", autentico marchio di fabbrica del nostro. Dal blues mesto di "Nei momenti così" al Guccini registrato in bagno di "Addio alle canzoni di una volta". Dalle canzoni belle in veste dimessa alla fuffa ("I Baci della Mia Nonna", "Nonne Posso Più"). E per questo sarà un notevole documento Lo-Fi, un foglio sgualcito pieno di sgorbi, di intuizioni splendide lasciate lì a metà e illeggibili per la cattiva calligrafia e di altre cose-non so cosa. Ma non tutti avranno voglia di leggere testi dalle rime forzate che sembrano-sono proprio stupidi, ma a tradimento infilano nel mucchio la perla di saggezza travestita da stronzata. E' comprensibile. Io stesso penso che parte del materiale di Bugo sia assolutamente superfluo. Il problema è che ora Bugo, parallelamente ad una moderatissima, fisiologica, normalizzazione, si è inserito nei salotti buoni, e deve rispondere alle domande da artista che gli vengono poste ad appannaggio del pubblico quindicenne o distratto, o entrambi. Secondo me se l'è cercata, anche un pochino per la voglia di maturazione. Allora il mio giudizio resta sospeso.
venerdì, dicembre 17, 2004
FAME CHIMICA
Il Ballo dei pezzenti
Girato tra l’Italia e la Svizzera, questo mediometraggio riadattato a film insegue una tradizione del cinema italiano indipendente da proteggere e coltivare; ritorna la patata bollente dell’universo giovanile, ma siamo molti anni luce lontani dalla trattazione canonica della materia, capace di provocare danni incalcolabili alla nostra produzione in celluloide (sotto la voce divismo di cartapesta, chiedere del signor Muccino). Il film di Vari e Bocola, finanziato da una cooperativa su un’idea del ’97, ricalca sostanzialmente gli stereotipi del genere, cucinando personaggi e situazioni non certo nuove; si rischia la deriva didattica nell’esplicita esposizione del paradigma, dove il messaggio è giocato sull’eccesso e la filippica sovrasta spesso l’allusione, ringhiando il suo contenuto invece di iniettarlo sottopelle [una per tutti: la grande rissa bianchi/neri per simboleggiare il razzismo latente (ma non troppo…) della società contemporanea]. FAME CHIMICA accusa vagamente il colpo del luogo comune, almeno in un caso rimanendone annichilito: i due personaggi che scopano in piscina affiorano dalla peggiore cartolina giovanil/fighetta che davvero non vorremmo più vedere. Nonostante tali difetti innegabili ed evidenti e con un carico di aggravanti di carattere “sociale” (l’ardua pretesa di raccontare ciò che ci circonda), la pellicola mantiene un’onestà di fondo che le regala a tratti inedita freschezza, distinguendola dalla produzione di genere; se lo spettatore saprà gettare l’occhio sui singoli squarci piuttosto che sul globale risaputo scoprirà amarissime sorprese [una gioventù fancazzista ed apatica, esseri umani ipnotizzati davanti alla Playstation, una discoteca mai così vera…] che imbracciano la consegna dell’ultimo realismo metropolitano, ormai l’unico possibile. Lo spartito sentimentale è quello di JULES ET JIM –capolavoro fin troppo sputtanato- mentre la vacuità periferica (Piazza Gagarin, che nella realtà non esiste, possiede la semplicità del simbolo) rivolge costantemente il capo a Spike Lee senza possederne l’essenziale furore. Lo diciamo subito: la colonna sonora mutevole ed adeguatamente rappata resta lo spunto migliore dell’intera pellicola. Un’insospettabile sorpresa: Zulù che compare per manovrare il sipario del film, ritagliando un memorabile controcanto omerico al flusso degli eventi.
Emanuele Di Nicola
Girato tra l’Italia e la Svizzera, questo mediometraggio riadattato a film insegue una tradizione del cinema italiano indipendente da proteggere e coltivare; ritorna la patata bollente dell’universo giovanile, ma siamo molti anni luce lontani dalla trattazione canonica della materia, capace di provocare danni incalcolabili alla nostra produzione in celluloide (sotto la voce divismo di cartapesta, chiedere del signor Muccino). Il film di Vari e Bocola, finanziato da una cooperativa su un’idea del ’97, ricalca sostanzialmente gli stereotipi del genere, cucinando personaggi e situazioni non certo nuove; si rischia la deriva didattica nell’esplicita esposizione del paradigma, dove il messaggio è giocato sull’eccesso e la filippica sovrasta spesso l’allusione, ringhiando il suo contenuto invece di iniettarlo sottopelle [una per tutti: la grande rissa bianchi/neri per simboleggiare il razzismo latente (ma non troppo…) della società contemporanea]. FAME CHIMICA accusa vagamente il colpo del luogo comune, almeno in un caso rimanendone annichilito: i due personaggi che scopano in piscina affiorano dalla peggiore cartolina giovanil/fighetta che davvero non vorremmo più vedere. Nonostante tali difetti innegabili ed evidenti e con un carico di aggravanti di carattere “sociale” (l’ardua pretesa di raccontare ciò che ci circonda), la pellicola mantiene un’onestà di fondo che le regala a tratti inedita freschezza, distinguendola dalla produzione di genere; se lo spettatore saprà gettare l’occhio sui singoli squarci piuttosto che sul globale risaputo scoprirà amarissime sorprese [una gioventù fancazzista ed apatica, esseri umani ipnotizzati davanti alla Playstation, una discoteca mai così vera…] che imbracciano la consegna dell’ultimo realismo metropolitano, ormai l’unico possibile. Lo spartito sentimentale è quello di JULES ET JIM –capolavoro fin troppo sputtanato- mentre la vacuità periferica (Piazza Gagarin, che nella realtà non esiste, possiede la semplicità del simbolo) rivolge costantemente il capo a Spike Lee senza possederne l’essenziale furore. Lo diciamo subito: la colonna sonora mutevole ed adeguatamente rappata resta lo spunto migliore dell’intera pellicola. Un’insospettabile sorpresa: Zulù che compare per manovrare il sipario del film, ritagliando un memorabile controcanto omerico al flusso degli eventi.
Emanuele Di Nicola
NON mi ricordo piu una cosa
Trama
Joel scopre che la sua fidanzata Clementine si è sottoposta a un esperimento psichiatrico per cancellare dalla sua memoria ogni traccia del tempo trascorso insieme a lui. Frustrato dall'idea di essere ancora innamorato di lei, che invece non vuole più saperne di lui tanto da volerlo eliminare dai suoi ricordi, decide di fare altrettanto e si reca presso lo studio del dott. Howard Mierzwaik, inventore del trattamento, per sottoporvisi. Una volta iniziato il processo di cancellazione però, Joel si rende conto che non è quel che vuole e comincia a nascondere i ricordi legati a Clementine mescolandoli con altri episodi del suo passato...
FUNZIONERA'?
.................
Joel scopre che la sua fidanzata Clementine si è sottoposta a un esperimento psichiatrico per cancellare dalla sua memoria ogni traccia del tempo trascorso insieme a lui. Frustrato dall'idea di essere ancora innamorato di lei, che invece non vuole più saperne di lui tanto da volerlo eliminare dai suoi ricordi, decide di fare altrettanto e si reca presso lo studio del dott. Howard Mierzwaik, inventore del trattamento, per sottoporvisi. Una volta iniziato il processo di cancellazione però, Joel si rende conto che non è quel che vuole e comincia a nascondere i ricordi legati a Clementine mescolandoli con altri episodi del suo passato...
FUNZIONERA'?
.................
martedì, dicembre 07, 2004
sabato, dicembre 04, 2004
che partita di merda.
son felice perche' abbiam vinto. pero' ultimamente non sono per niente tranquillo quando gioco....ed eran anche venuti a vedermi.
che figura di merda.
che figura di merda.
mercoledì, dicembre 01, 2004
tranquillita'
abbracci sinceri. lacrime. calore. risate.
e' bello sentirsi in sintonia con una persona.
e' bello sentirsi in sintonia con una persona.
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